Come difendersi dai falsi miti del SEO
Voglio riprendere il discorso introdotto nel precedente post circa i “falsi miti” del SEO (Search Engine Optimization, in italiano Ottimizzazione per i Motori di Ricerca).
Ho letto di recente un’argomentazione sul fatto che il SEO non si farebbe più come un tempo, inserendo una parola chiave in tutti gli elementi possibili in una pagina (nei meta title e description, nel dominio e nella url della pagina, nel titolo H1 del testo visibile, nel nome e magari nell’alternativo di una immagine, in qualche frase del testo) perché questo, oggi farebbe scattare subito la “sirena” dello spam per Google.
Questo mi ha subito fatto scattare in testa un punto esclamativo! Ecco qui: per introdurre una cosa che può avere una suo fondamento (dire che fare SEO non è più solo un fatto di caricare di parole chiave le pagine) si finisce per agitare uno degli spettri che vanno per la maggiore, spam o penalizzazioni, concetti abusati e tirati in ballo il più delle volte a sproposito.

Pensiamo ad una attività molto ben definita da poche parole, pensiamo a un panettiere che produce tutti i giorni “pane fresco“. Cosa ci sarebbe di male se questo panettiere decidesse di utilizzare un dominio Internet con l’espressione “pane-fresco”, o di aggiungerla nel nome di una pagina; e poi di scrivere nel “title” “pane fresco”, e magari di usare come titolo testuale della pagina “Produzione pane fresco di prima qualità“, e ancora dare il nome ad una foto “pane-fresco.jpg”, e così via.
E solo per questo l’algoritmo più “geniale” dell’era di Internet dovrebbe penalizzarlo come spam?
Se così fosse questo algoritmo dimostrerebbe meno intelligenza di una scimmia, con tutto il rispetto per le scimmie.
Il ragionamento va portato su un piano un po’ meno banale. Non occorre studiare o conoscere particolari segreti sottostanti gli algoritmi per concludere che tutti i fattori descritti sopra sono facilmente controllabili e quindi facili da “contraffarre”. Un’intelligenza artificiale che si rispetti non può accontentarsi di valutare cose che facilmente può controllare chi ha interesse di forzare un giudizio positivo per un sito web, deve cercare altri fattori più “oggettivi”.
Molti di questi fattori sono esterni ai contenuti del sito (i link entranti, i social bookmarking, le citazioni, …), e a mio parare oggi si rischia una sovrastima di questi (i risultati delle ricerche sono ancora spesso dominati da siti di bassissima qualità per il solo fatto di avere tantissimi link entranti – inbound links – ottenuti con tecniche discutibili), ma proviamo a pensare a come noi faremmo per costruire un giudizio più “intelligente” su un sito Internet.
Probabilmente giudicheremmo meglio un sito che invece che mostrarci solo una foto e una affermazione di poche righe (“faccio pane fresco tutti i giorni”) ci proponga anche gli orari di apertura del negozio, ci proponga il prezzo dei diversi tipi di pane, che presenti appunto diversi tipi di pane, magari ci descriva le materie prime usate, la loro qualità e provenienza, ci mostri diverse foto realistiche di ogni tipo di prodotto, ci suggerisca ciascun tipo di pane a quale consumo è più adatto, ecc., ecc., ecc.
Chi crea e sviluppa una “intelligenza artificiale”, e il motore di ricerca lo è, non può ignorare che sono queste le cose che contano per i potenziali clienti del nostro panettiere, e quindi deve puntare all’obiettivo di saper tradurre in numeri tutto questo.
Ora, cosa succede invece ancora oggi sul web? La maggioranza dei nostri “panettieri” (scusate se ormai insisto con questa “metafora”) ha siti del tutto simili, con contenuti essenziali e abbastanza scontati (e non mi riferisco al prezzo!), che sottoposti al trattamento SEO di turno, non possono che finire per assomigliare al tipo di sito web descritto all’inizio e a cui qualcuno vuole appiccicare, erroneamente, l’etichetta di “sospetto spam”. Ci si preoccupa che la parola chiave sia sul title, ripetuta qualche volta nei testi, sia attribuita a qualche foto, ecc., ecc.
A quel punto il nostro motore di ricerca cosa può fare? Nell’ipotesi che tutti gli altri fattori si equivalgano tra i siti concorrenti (ipotesi ovviamente limite e poco realistica, già che qualche dominio sarà più vecchio, qualche sito avrà più link entranti, ecc.) si limiterebbe a giudicare quale sito coinvolge la parola chiave una volta di più.
Certo non va commesso l’errore inverso, decidendo magari di chiamare il proprio pane “il morbidone”, o “il super-fragrante”, registrare il dominio ilmorbidone.it, titolare la pagina “Produciamo tutti i giorni la nostra specialità, il morbidone”, ecc., ecc., senza mai nominare la parola “pane”, e poi sperare che digitando “pane fresco milano” il nostro sito esca per primo su Google.
Insomma spesso è la cattiva qualità media dei siti l’origine dei propri mali, e la forzatura degli elementi più semplici da modificare senza però aumentare di nulla la qualità reale dovrebbe essere poco premiata da un buon motore di ricerca, ma lo spam lasciamolo fuori.
In conclusione:
- è conveniente credere nel potenziale di creare siti di qualità per gli utenti, anche se questo può costare un po’ di fatica e un piccolo investimento in più; i motori di ricerca nel loro sviluppo migliorativo dovranno premiare sempre di più questa scelta
- basare le proprie scelte su affermazioni semplicistiche nella loro limitata “assolutezza” (ripetere la stessa parola chiave su tanti elementi della pagina = spam), e prima ancora che qualcuno le scriva, non porta molto lontano.
E nel frattempo, magari, impariamo a usare bene gli altri canali di promozione e comunicazione web e digitali (oggi fortunatamente ce ne sono molti, social e non), per dipendere un po’ meno dai capricci e dai difetti dei motori di ricerca, nell’attesa che capiscano che il miglior sito della nostra nicchia è il nostro !
Ma questa è un’altra storia, che approfondirò in qualche articolo a venire.

